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Andrea Pelfini

Sebastiano Parasiliti: mostre a Vogogna e Piedimulera
articolo apparso sul settimanale Il popolo dell’Ossola –
Domodossola 9 giugno 2007.-



Due pensieri attraversano la mente, quando si guardano alcuni dei quadri esposti nelle mostre di Sebastiano Parasiliti  - in arte Seba - , rispettivamente a Vogogna e a Piedimulera.
In primo luogo un sondaggio di non più di un paio di anni fa, che rivelò come la maggioranza dei bambini nche vivono nelle città non abbia mai visto dal vivo una mucca o una gallina, e che molti siano convinti che il latte venga prodotto dalla Granarolo o dalla centrale del latte milanese.
Il senso del sondaggio è chiaro.
Ebbene, guardando quelle fabbriche dipinte, quei cartelli stradali che monopolizzano il paesaggio, quelle automobili che vogliono inseguire o essere inseguite dalla velocità, così abbondanti nei quadri di Seba, torna alla mente tutto questo, paradigma di come la nostra abitudine al cemento e alla modernità, in un epoca ormai volta alla postmodernità, condizioni sensibilmente la nostra idea di bellezza.
L’occhio umano,  così come il cervello, è "costruito" per abituarsi a tutto, al bello e al brutto, alla gioia e al dolore, al sole come alla pioggia.
Per chi vive immerso nel verde può sembrare orribile la selva di automobili e palazzi di una metropoli, con i suoi continui rumori e il caos nel quale districarsi è impossibile.
In questa corsa all’industrializzazione, presente, futura o addirittura passata, le fabbriche possono fornire un utile esempio di ciò che può essere definito bello o brutto.
Seba però va al di là di questi concetti estetici classici, e cerca di fissare il dettaglio del nostro mondo – fabbriche,  cartelli stradali, auto – non per stilare una classifica, ma per dirci: "Questo è il nostro mondo, prendere o lasciare".
Ma la seconda scelta è quasi impossibile.
E allora, ribaltando, grazie a Seba, il punto di vista, è possibile carpire un briciolo di bellezza, reinterpretando questo termine, anche tra il cemento, anche dove tutto può sembrare altro dal bello?
Le opere di Seba sono indicate soprattutto ad un "cittadino penitente", uno che, se nella sua giornata non sente un clacson strombazzare, si sente perso. Si, anche nel brutto più brutto può esserci traccia di bellezza, che forse non inciderà sulla classifica delle sette meraviglie del mondo, ma che in chi vi è avvezzo non può che suscitare un sentimento di sublime malinconia, quella dolcezza percepita solo quando si torna a casa dopo un lungo periodo d’assenza.
Seba fissa su tela, attraverso l’uso sapiente di tecniche diverse e non fuggendo le nuove tecnologie, questi sentimenti che consentono all’artista di fare un salto concettuale e intellettuale molto importante, essendo essi la dimostrazione di una personale e approfondita ricerca, immerso fino al ginocchio, o forse oltre, nella società contemporanea.
Il secondo pensiero è invece un’opera letteraria, "Sulla strada" di Jack Kerouac, voce indiscussa della beat generation americana del ‘900.
Il racconto, un viaggio da una costa all’altra degli Stati Uniti, trasuda da ogni riga un forsennato anelito di libertà, di voglia di evasione e di fuga verso un mondo che non conosce neanche il protagonista, il quale forse nemmeno esiste. E’ uno di questi casi in cui ciò che conta non è la metà, ma il viaggio.
Perciò, nel caso in cui l’editore, o chi per lui, volesse stamparne una nuova edizione, si faccia un giro alle due mostre di Sebastiano Parasiliti: potrebbe trovare uno spunto che fa al caso suo.







                    

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