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Giuseppe Condorelli
Interlinea doppia - presentazione in catalogo della piccola mostra
personale tenutasi presso la Libro-galleria Luxlibri di Misterbianco
nell'estate del 2002



Avvampando gli angeli caddero,
profondo il tuono riempì le loro rive,
bruciando con i roghi dell’ Orco.
Roy Batty (Blade Runner)



Urbanesimo postmoderno, o semplicemente Paesaggi di Fine Millennio, ordinaria rappresentazione della quotidiana estetica. Tra territori, nature (praticamente morte) degli svincoli e delle periferie, tra ambienti conurbati e zone industriali, gli olii di Seba, il cui percorso da autodidatta si radica (è indispensabile sottolinearlo) a partire dalla ricerca fotografica negli anni 80, esplicitano ed esplorano soprattutto il movimento: anzi, aggiungiamo, la sua narrazione. La sedimentazione fotografica (le opere di Seba ne conservano sempre una memoria) attraverso la rielaborazione dell’immagine al computer – l’atto per così dire virtuale – infine la resa tecnica, gestuale questa volta, si compie nell’emulsione, nell’acrilico. Lungo l’arco di tutte le possibili sfumature della scala dei grigi – quasi foto in bianco e nero Seba assomiglia al private detective McNihil protagonista di Noir di K.W. Jeter che osserva il suo mondo attraverso occhi modificati, come se fosse un noir degli anni Trenta.
Gli asfalti fluorescenti di una tangenziale sotto la pioggia, lo scroscio di luci, di sagome meccaniche, industriali ed umane indistinte ma nettissime anche nella loro mera funzione di oggetti merce (boccafica ventimila ha già scritto qualcuno) ovvero il perfetto nulla dei nostri territori metropolitani, rodeo luminescente e metallico delle vetture e dei loro profili sfocati – non rappresentano una "regressione del pennello ad obiettivo" al contrario evidenziano proprio l’operazione opposta; quelle periferie sembrano in altri termini dire "io" attraverso la rielaborazione tecnico/pittorica di Seba : in questo senso costituiscono "narrazione" ovverosia autonomia "coscienziale" rispetto alla mera riproduzione (foto) meccanica. In un certo senso potrebbe trattarsi di immagini – icona del nostro contemporaneo totale (e la suggestione dei "miti" moderni non è certo sfuggita a Seba, se si pensi ai lavori su quelli degli anni Sessanta) : Los Angeles o la periferia di Misterbianco non importa. Al contempo le opere di Seba possono essere lette come storia personalissima e universale del paesaggio dall’utopia urbana alla sua negazione, ovvero alla sua degradazione ed identificazione dello "spazio" e lo scrittore Peter Handke lo aveva sottolineato – come snodo centrale dell’esperienza del mondo, legame "dipendente" in grado però di creare identità Una identità fratturata e fragile nella quale la pittura si rivela salvifico stream of cousciousness. Ma per quanto ancora?



 
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