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Dario Gnemmi
Giorno per giorno  -  presentazione  in  catalogo della mostra personale
tenutasi presso la Galleria Civica d'Arte "Pippo Giuffrida" di Misterbianco
su invito dell'Amministrazione Comunale nel marzo del 2002.-


C’è un termine antitetico al concetto di sistema che individua la Natura come territorio della percezione e come divenire, cioè movimento e dinamica del tutto? L’iperbole del movimento rompe e trascende l’equilibrio dei fatti, il comporsi delle immagini, il compiersi della stessa percezione ( esse est percipere, oppure esse est percipi ? ), primo stadio del costrutto coscienziale. Dunque, ai termini icona, immagine, storia, mito, si debbono collegare, in un’ottica tesa alla determinazione del valore dell’immagine, ma anche alla riaffermazione della sua aura estetica, i dati dell’immanenza, le figure non retoriche della realtà e il tratto convenzionale di luoghi e paesaggi, di strade e tranches de vie che hanno la forza e la funzione di far cadere ogni barriera crocianamente o idealisticamente intesa come separazione dell’arte dalla quotidianità della natura naturans, cioè della vita stessa.
L’immagine, il linguaggio della trasmissione sintetica di un pensiero, che è formale per assunto teoretico, diventano in tal modo un veicolo di trasmissione privilegiato, quasi assoluto. Nella fotografia, nella indeterminata riproduzione non tanto del dato iconografico, ma del dato reale, colto attraverso l’occhio vitreo della macchina, cioè lo scatto dell’otturatore, o fissato in un’immagine a stampa determinata attraverso la funzione virtuale di uno scanner, si può celare l’indagine minuziosa e sublime di un’estetica rovesciata, riletta attraverso i particolari analogici, come analogiche sono le alchimie dell’invenzione e della sintesi di un artista pittore. Di chi oggi, a scapito o in antitesi a qualsiasi inversione di codice vuole davvero chiamarsi pittore, e riesce a ricondurre dall’iperuranio delle immagini, contro lo strapotere dei
microprocessori, anzi servendosi delle macchine come di un ulteriore
supplemento ai supporti tecnici offerti al suo agire poietico, l’essenza della realtà circoscritta in un paradigma di forme statiche e di visioni in movimento.
La sintesi tra la scoperta dell’immagine priva di ogni correttivo, cioè simbolo di sé stessa e la pittura, intesa come pratica della tecnica ad olio, di antica derivazione fiamminga ( ma ricordiamoci della parte grande che ebbe il genio di Antonello da Messina e la sua divulgazione di un nuovo e quasi cabalistico verbo tecnico ) non propone artificiose divaricazioni, ma costituisce il vero plafond teoretico dapprima, maieutico e poetico dipoi, per la riflessione e l’operatività artistica di Seba.
Ecco dunque alcune delle ragioni teoriche, ecco i fondamenti trascendentali ( l’accezione è kantiana ) del sostrato culturale dell’artista di Misterbianco. Peraltro Seba si dichiara convinto che la pittura e soprattutto la tecnica ad olio non verrà mai meno. Diamogli atto di una fedeltà totale ad un dogma cui piace a ciascuno essere complice, anzi, forse, agente di propaganda.
La fotografia, l’elaborazione dell’immagine al computer, l’atto virtuale eppure reale della scansione condividono nell’opera di Seba il posto che detiene la padronanza tecnica, gestuale questa volta, del mezzo cromatico, sia in emulsione oleosa, sia nelle più industriali sintesi chimiche dell’acrilico.
E la funzione iconografica dell’immagine?
Paesaggi quotidiani, certo. La banalità di ciò che è comune e nelle cui pieghe s’annida una bellezza dal forte sapore di tannino o dalla corrosiva acidità citrica, perché si identifica come ciò che passa, ovvero l’essere perennemente in movimento. Quell’essere movimento delle fin troppe sfaccettature del divenire della storia, espresso nel moto rettilineo dello slancio vitale che s’avverte, si percepisce nel concetto amaro di Natura naturans.
Seba coglie le periferie algide e spoglie delle oniriche visioni urbane e suburbane che caratterizzano certa riflessione sironiana, e sono in realtà degli stati d’animo virtuali, perché percepiti attraverso la coscienza, ma ne incrocia le misteriose derivate con contorni specifici, aderenti al flusso del vivere, quindi reali.
I volti sono elementi del paesaggio, respiro profondo di un ritmo vitale
che conserva pur qualcosa dei ritmi segreti della speculazione di Bergson, appiattita però in una sorta di nulla di fatto, molto simile a quella condizione, che nel gioco degli scacchi sarebbe definita di " stallo ".
L’ellissi di pensiero che attraversa l’opera di Seba, sembra così avere uno dei suoi fuochi in quella che ci piace definire come una voluta, perseguita inidentificazione hopperiana. Al contrario di Hopper, Seba traccia i contorni del vero, letto e vissuto come scaglia cronologica, scintilla incandescente e perciò bruciante dell’esserci ( dasein ) di heideggeriana memoria.
Tangente alle istanze della " Nuova Figurazione " l’opera di Seba s’insinua nell’aspetto variegato dei mondi reali di Clive Smith, di Andrew Gadd e di Alessandro Raho: nella sua sfaccettata polisemia raggiunge le soglie del realismo contemporaneo di Frank Bauer e s’invera attraverso paesaggi che richiamano la memoria di Jean Baptiste Sécheret, per poi ridefinire intelligentemente l’area di Munteam & Rosemblum.
Il bianco e nero ( le cromie possono essere presenti, anzi attive, sebbene mantengano il concetto dicromico ) di alcune vedute a cielo aperto in cui la tecnica mista su tela riprende trame fotografiche elaborate al computer, sembra richiamare le esperienze di Javier Garcerà, forse per superare, tuttavia, i territori sfocati dell’iperrealismo.
Nel contesto di forme che hanno dimensione frazionaria, nel chiuso circolo scientifico-matematico dei frattali, non possiamo pensare la Natura se non come un insieme organico costituito da frattali ( non certo da linee rette, da forme cubiche o sferiche). E’ un frattale la linea di costa o il profilo di una catena montuosa, i parapetti di una strada o il suo manto d’asfalto irregolare, le ramificazioni di un albero e l’Universo stesso con l’espressione compressa della sua dialettica di finito-non finito. Questa piccola galoppata nel mondo della matematica pura e fantastica, solo per ribadire il valore del dato reale e la sua percepibilità, diametralmente opposto alle gabbie razionali dell’invenzione, codificata in strutture di pensiero e in codici assoluti d’immagine, cioè in maniere iconografiche predeterminate.
Il Teatrum Mundi che deriva dalla percezione del reale, resa rutilante nel movimento e nella dinamica dello spazio e del pensiero, potrebbe
far rientrare la sintesi artistica di Seba nel groviglio di richiami propri all’opera dell’agrigentino Franco Fasulo . Eppure Seba percorre una via assolutamente personale e crediamo, nella sostanza, diametralmente opposta!




 
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