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Altri orizzonti


Nessuna  forma  d’arte  può   dare  emozioni
se  non  si  mescola  con  una  parte di  reale.
Per   quanto   infima,  impalpabile  essa   sia,
questa  allusione, questa briciola irriducibile
è come la chiave dell’opera.
(Jean Faut
rier)

Nell’inverno di quest’anno, su suo invito, mi sono recato presso lo studio di questo artista, avevo sentito parlare di lui per la prima volta nel 2007, quando ancora si faceva chiamare col nome d’arte di Seba.
Visitando lo studio, vengo attratto da un dipinto del 2011 di piccole dimensioni a olio su tavola dal titolo “orizzonti”. Questo dipinto, con i rossi delle nuvole, i rosa molto lavorati del cielo e il blu del mare che ad un certo punto stempera anch’esso in un rosa ricco di sfumature, ha avuto il pregio di trasportarmi quasi senza accorgermene nel mondo poetico ed evocativo del pittore.
Ho citato i tipici elementi di un paesaggio. In tutta sincerità non ho appigli per poter affermare con certezza che quello che vedono i miei occhi siano effettivamente un mare, un cielo, una nuvola o quanto meno la loro mimesi. Posso affermare in maniera inconfutabile, che quello che vedo su questa piccola tavola è pittura, questo sì! Pittura stesa con gli strumenti tipici del pittore: pennelli, spatole e certamente afflato poetico.
Pittura stesa con la consapevolezza che questo linguaggio ha ancora di toccare le corde dell’emozione. E’ questo che l’artista siciliano si sforza di trasmetterci  nell’ultima produzione dei suoi oli su tela o su tavola. Negli ultimi sei o sette anni c’è stata una evoluzione molto forte, direi quasi una rivoluzione nel suo modo di dipingere, si pensi ai lavori foto-realisti in bianco e nero del periodo che va dal 1999 al 2007 all’incirca. Una rivoluzione, che se si guarda alla produzione degli anni precedenti al 1999 era in parte già presente, anche se sporadica, nel suo percorso pittorico, si tratta solo di pochi lavori totalmente astratti e peraltro mai esposti prima d’ora.
Quadri come “Terracqueo” o “Paesaggio” tutti e due del 2007, rompono totalmente con i lavori del periodo precedente. L’artista ha operato una  tabula rasa  per  aprirsi  a nuove possibilità espressive più vicine alla sua indole profondamente romantica.
L’approccio all’opera è cambiato, ma non la tensione emotiva che egli riesce a trasmetterci. Mentre prima il suo era un modo di operare più riflessivo, ora è diretta espressione del gesto e della mente che questo cerca di domare e guidare, è un’operare istintivo, più gestuale e meno frenato, spinto dai moti più profondi dell’inconscio.
Gesto a volte fallace – a detta dell’artista-, ma il più delle volte certo, sicuro e risoluto, che marchia a fuoco il  supporto senza  ripensamento alcuno. E’ come  se  l’artista  dopo  aver  curato,  amato  e odiato,  accarezzato  e  fatto   germogliare  la  propria  creatura,   prima  di   congedarla,  le  volesse infondere il respiro della vita.
Con questo modo di operare, egli si cala nel  più puro dei procedimenti dell’arte Informale, che presuppone appunto una non progettazione dell’intervento sul supporto da dipingere.
Ho davanti a me opere che evocano paesaggi, si potrebbero definire paesaggi informali, dal momento che nel suo lavoro – come detto -  non c’è mai nulla di studiato a priori. Paesaggi che vanno guardati con gli occhi dell’anima, perché come scrive Alessandro Celli nella sua nota “”…lo sguardo, non è mai sufficiente, mai .””
Scorrono davanti a me quelli che sono evocazioni di mari, di cieli e nuvole, dentro a degli orizzonti che tutto questo contengono e forse anche altro. Prima i temi della sua ricerca erano paesaggi urbani immersi nella quotidianità delle periferie cittadine, rese grigie e malinconiche da una umanità che era solo percepita. Ora, oserei dire che il suo sguardo si è spostato, semplicemente, alzando gli occhi al cielo o contemplando l’immensità del mare, osservando il gioco delle nuvole sul paesaggio – marino o terrestre – e ipotizzando altri orizzonti. Le opere sostanzialmente si dividono in due filoni, che potremmo definire per grandi linee “Paesaggi di terra” e “Orizzonti”. Mentre nel primo filone il colore appare più scuro e tormentato, nel secondo le vedute sono meno cupe perché il colore è  più gioioso e trasparente. Sebastiano Parasiliti ci invita a guardarci attorno,  in qualche modo ci vuol comunicare – forse, ma è solo un mio pensiero - il pericolo che i soggetti da lui evocati potrebbero in futuro non molto lontano sparire del tutto, almeno agli occhi dell’uomo se questi continuerà ad essere altro da sé.
E’ questo, in ultima analisi, che ci invita a fare l’artista. Sembra che ci voglia dire: godete di queste bellezze, di questa poesia, finché ancora siete in grado di farlo, godete del blu-verde-azzuro del mare, dell’arancione-rosso con innumerevoli sfumature di rosa di un tramonto o dei colori dell’aurora su un mare che è primordiale e ancestrale allo stesso tempo. Godete anche del rosso vivo di una colata lavica, spaventosa e affascinante insieme di un’opera come “Crinale lavico” che è un omaggio ad un grande artista  dell’Informale italiano come Piero Ruggeri morto proprio nel 2009, anno di esecuzione del quadro. Si, godete anche di questo senso di tragedia che a volte emanano alcune opere, perché la vita è anche questo. Di contro si potrebbe citare una tavoletta dal titolo “San Lorenzo”, che sembra un paesaggio arcadico da età dell’oro. Mi confessa l’artista, “…questo piccolo lavoro è nato dal bellissimo ricordo di due giorni passati al mare in quella località…”. Da questo si desume che nel suo lavoro la realtà è sempre presente, anche se solamente evocata.
L’artista osserva e vive queste immagini reali, li elabora, ed anche a distanza di anni ci restituisce quelli che per me sono paesaggi interiori del suo vissuto, che hanno sempre un esile richiamo ai dati del reale e dove solo la perizia, la sensibilità e l’audacia dell’autore riesce a farci leggere come pura emozione e godimento visivo.


Alessandro Vanessi



Nota di Alessandro Celli

Ho avuto il piacere di conoscere i lavori di Sebastiano Parasiliti.
Ritrovo che associa il gesto della pittura alla poesia.
Nei cicli dei paesaggi urbani è sempre coerente in un percorso in cui la qualità compositiva degli accostamenti e lo stile descrittivo della narrazione dei luoghi ha il fascino della contemporaneità, mantenendo un ruolo primario nella raffigurazione.
Come in una poesia.
La medesima poesia che si ritrova nel ciclo degli informali, ove c’è tutta la volontà di testimoniare  l’azione che sta peraltro dietro ad un’attenta ricerca del colore, poi ridotta ad un gesto d’impulso.
E traspare una preziosa sensibilità umana, una espressione esistenziale pura.
E soltanto l’inconscio può farci cogliere tutto l’immenso dell’informale, lo sguardo non è mai sufficiente, mai.
Una poesia arricchita dal colore, come fosse lì per una legge della natura, come se l’artista avesse aggiunto un unico suo contributo per esprimere che l’uomo è piccolo ma presente.
Una poesia nella pittura.
Con sincera stima.

Alessandro Celli

Brescia, marzo 2014



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